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Solo quando sto così

Eppure c’è gente felice, triste, entusiasta, sveglia, arrabbiata, divertita… io sono soltanto stanco e annoiato. Al mattino mi sveglio e mi giro dall’altra parte a letto, pensando che se sonnecchio altre due o tre ore avrò meno tempo inutile da far passare. Non c’è caffè che mi tiri su, non c’è passione da seguire o sport da fare o chitarra da suonare che mi dia un po’ di energia, né festa a cui partecipare né amico che posso chiamare. Sono solo. Ci ho provato eh, io ci provo ad avvicinarmi a qualcuno, ma mi sembra che non ci sia nulla di interessante nella maggior parte delle persone. Di certo la gente pensa lo stesso di me, si vede. Quando sono a casa dei miei ho gli amici storici: persone con cui mi sono ritrovato ad uscire per caso, per esclusione, ma con cui non condivido nulla. Non me ne frega niente di loro. A Padova c’è qualcuno con cui sto bene: persone che non mi cercano, che hanno altri giri e interessi, che non sono libere per me e cui pare di non aver niente da dirmi. All’arcigay pure mi annoio a morte, ma se non ci andassi passerei mesi senza vedere nessuno. Poi c’è il mio ragazzo, ovviamente. Lui è davvero tutto quello che ho, è l’unico che mi capisce, mi ascolta, l’unico a cui interessa quello che faccio e come mi sento. Lui è la mia vera famiglia, con lui mi sento a casa, felice e sereno, è come una parte di me e gli voglio un bene dell’anima. Ma non ne sono innamorato, non lo sono mai stato e non so se potrò mai diventarlo. Che dovrei fare? Mollarlo? Forse. Lui ne sarebbe distrutto e io anche, solo per davvero. Tanti sono quelli che vorrebbero che una persona si innamorasse di loro; io vorrei innamorarmi di una persona, ma non succede. Nulla mi succede: non piango, non rido… mi sto per laureare e non me ne frega assolutamente nulla, non sono teso, né agitato, né ottimista, né pessimista, non sono niente, sono solo stanco e annoiato. E solo. Vorrei che fosse diverso, vorrei essere diverso io.

Che tempo che fa

Si dice che uno studioso al seguito di Napoleone fosse particolarmente bravo nel prevedere il tempo del giorno successivo, una capacità evidentemente molto importante per le intenzioni del suo datore di lavoro. Lo scienziato faceva sempre la stessa previsione: domani farà lo stesso tempo di oggi. Il più delle volte ci beccava perché il tempo, si sa, va a periodi, rimane uguale alcuni giorni, cambia d’improvviso e poi resta per un po’ così come s’è impostato. Circondato dcome sono da persone che stanno rimettendo in discussione la radice profonda di loro stessi, a volte penso che anche la vita sia un po’ così, i momenti di cambiamento sono pochi e sono profondi e in mezzo succede poco. Per qualcuno continua a piovere, per altri c’è un gran sole.

Tristeza

Una giornata orribile. A casa con febbre altissima, impegni da rimandare, problemi col computer e anche un certo senso di disgusto verso tutto che non se ne vuole proprio andare, che è il lato peggiore della cosa. Quel senso di decadenza e inutilità che non sentivo da mesi. Hanno anche cambiato l’ora, perdere un’ora di luce al giorno non aiuta di certo da questo punto di vista. Qui c’è stata una pioggia assolutamente eccezionale, di quelle che capitano una volta ogni cento anni, il torrente che di solito è un letto asciutto con un rivoletto d’acqua che compare solo durante la stagione delle piogge ha straripato. Almeno, così dicono, io non l’ho visto di certo! Poi sto notando che passo davvero troppe ore al computer, specie nei giorni in cui non ho molto da fare. Non voglio neanche fare il calcolo delle ore, ma credo che a questo punto sono al limite di renderlo un vero problema, dovrei provare a staccare un po’. Mercoledì tornerà il sole, confido spunti di nuovo anche sul mio umore grigio.

Splash! :-D

Una mole di lavoro spaventosa, anche 10 ore al giorno, eppure sono davvero entusiasta della tesi che sto facendo. Spero che possa essermi utile per combinare qualcosa in futuro, le prospettive sembrano esserci! Sono felicissimo per il ragazzo a cui alludevo nei post precedenti, è passato nel giro di un paio di settimane dal terrore di essere omosessuale ad innamorarsi di un ragazzo. È questo il motivo per cui continuo a seguire gruppi frequentati da gente in crisi con la propria sessualità: sapere di aver fatto qualcosa per aiutare queste persone a ricercare veramente la felicità accettando se stesse è enormemente gratificante, mi riempie di gioia! Che periodo meraviglioso fu per me! Forse il più bello della mia vita. Uhm… ma anche questo non scherza! A proposito di felicità, è arrivato oggi direttamente dagli Stati Uniti “The Happiness Project” -il libro-. Il postino l’ha lasciato alla furia degli elementi e l’ho trovato galleggiante su una pozzanghera d’acqua, non so se l’asciugatura basterà a salvarlo. Accidentaccio!

 

 

 

No. Non ho capito bene che cos’è che mi piace di essere gay e non saprei che cosa dovrei dire ad un ragazzo che non si accetta. Ma posso provare a scrivere senza pensarci troppo e postare senza rileggere, o quasi.  Essere gay è stato un dono enorme per me, mi ha permesso di trovare un sacco di amici e l’accettazione è stata un’occasione d’oro per rimettere in discussione chi sono, quali sono i miei rapporti con le altre persone e il mio posto ne mondo. L’accettazione è stata la prima volta in cui ho detto «No, signori, io sono così e si fa come voglio io». Il desiderio di esprimere me stesso e la capacità di accettare i miei difetti, i lati negativi, le debolezze mi hanno reso una persona migliore, più socevole, più allegra, più ottimista. Essere gay mi ha permesso di imparare a vedere il mondo da punti di vista diversi da quelli della “gente comune”, così come avere una prospettiva di vita diversa mi ha insegnato ad accettare la diversità e a pensare a strade alternative. Essere gay mi ha permesso di avere qualcosa per cui lottare e qualcuno da aiutare e devo dire che mi piace, molto. Essere gay mi ha permesso di mettere in discussione la mia sessualità in modo profondo, come credo a pochi etero capiti. Sono felice di essere come sono, felicissimo!

Oh happy gay!

Happy gayRubo il titolo ad un amico. Personalmente, ho sempre ritenuto che la ricerca della felicità fosse per me la migliore strada da percorrere nella vita. Sembra banale ma non lo è affatto, un sacco di persone scelgono giorno per giorno di essere infelici per i più disparati motivi, tra cui il primo è la voglia di apparire diversi da quel che si è. Per questo, il “progetto felicità” di Gretchen Rubin mi sta piacendo davvero davvero tanto, invito di nuovo tutti quelli che conoscono l’inglese a visitare il suo blog e credo dedicherò altri post a questo tema.

Recentemente ho avuto a che fare con un sacco di persone infelici per via della loro omosessualità; persone che si sentono sbagliate e pensano che la loro vita sarà un disastro, che nessuno gli vorrà bene, che saranno lasciati soli e tristi per tutta la vita, che si sentono una sessualità malata. Anche io mi sentivo così e soffro tremendamente a sapere che ci sono persone che vivono in questo misero stato, vorrei tantissimo sapere che cosa dire, avere la capacità di convincerli, anzi, di far loro sentire che non deve essere per forza così. Ma come faccio? Io sono felice e sono anche gay, anzi, addirittura sono felice di esserlo e se avessi la possibilità di scegliere, non vorrei assolutamente essere etero, ma non so proprio proprio come esprimerlo e raccontarlo agli altri. Gay e felici, qual’è la ricetta?

Ne approfitto anche per raccontare di una bellissima iniziativa lanciata da Dan Savage, un noto opinionista statunitense, si chiama “It Gets Better Project”, che tende una mano ai giovani adolescenti omosessuali che soffrono per la loro condizione. Dateci un occhio!

Vecchio & Nuovo

CappelliLe cose vecchie e alla vecchia maniera mi sono sempre piaciute, chissà poi perché! Ieri passeggiavo con la mia assurda coinquilina e abbiamo trovato un tavolinetto coperto di quella polverina di mattone e malta che scende quando si trapana un muro, abbandonato vicino ad un cassonetto. Quadrato, in stile direi anni ’50, di legno molto scuro, senza cassetti, in condizioni perfette. Meraviglioso, non potevamo certo lasciarlo lì. Non mi era mai capitato che gli studenti in bici guardassero male più me che i venditori di fumo (in senso non figurato), mentre la faccia esterrefatta del kebabbaro suggeriva che forse non aveva mai visto due che se ne vanno a passeggio all’una di notte con un tavolino invece che i più tradizionali cane o bici appena rubata. Dopo una bella pulizia, il tavolino ha sostituito la finta cassettiera della cucina ed è un vero spettacolo secondo me. Agli altri coinquilini diremo bullandoci che l’abbiamo rubato all’osteria, sarà uno spasso. Non che mi piacciano tutte le cose vecchie, ad esempio mi piacciono giovani sia i ragazzi sia il vino, sia la grafica dei blog. È un periodo di rinnovamento, ho appena terminato gli esami (tic-tac-tic-tac… altri 5 mesi alla laurea!) e sto risistemando la casa. Approfittando anche della decisione di scrivere più spesso, rassetterò un po’alla volta anche qui… spero che la nuova grafica piaccia “ai miei 25 lettori”.  La prossima settimana un argomento più serio!

Penne-panna-piselli-prosuciutto

Penne e panna

Ragazzo ad una coinquilina: «La Silvia non mangia né pomodoro né panna. Come la condisce la pasta? Solo in bianco? I sughi sono tutti o col pomodoro o con la panna!»

L’espressione di misto disgusto-disapprovazione che ho fatto al supermercato a sentir dire così questi due tizi l’hanno notata di sicuro. Nominiamo le prime dieci che mi vengono in mente: pasta con il pesto, la sardina, cacio e pepe, gricia, carbonara, cime di rapa, aglio + olio e peperoncino, al cavolfiore, con le vongole, latte e cipolla. Quanto alla panna, per me esiste solo nella versione dolce, la panna da cucina più che per condire mi sembra un modo per rendere “passabili” cose altrimenti orrende annebbiandone il gusto. La dieta media degli studenti universitari è veramente mostruosa e nella top ten delle ragioni di questa disgustosità, insieme alla pigrizia, c’è sicuramente il fatto che non si vogliono spendere molti soldi. I miei coinquilini hanno trovato una soluzione ingegnosa al problema del risparmio alimentare: mangiano le cose che compro io. Qualunque cosa richieda meno di 15 minuti di cottura è a rischio di misteriosa scomparsa, perfino ingredienti piuttosto improbabili come uvetta, pasta di acciughe, latte in polvere. Protestare è assolutamente inutile, tutti negano offendendosi, al punto che ho dovuto trasferire la dispensa in camera. Qui ci si sta dando alle grandi pulizie di preparazione al nuovo anno ed io vorrei rinnovare anche il senso di questo diarietto, seguendo i consigli del bel blog di Gretchen Rubin “The Happiness Project”, che consiglio (http://www.happiness-project.com/), ho deciso di postare con regolarità. Se ci riesco, ogni lunedì e vediamo quanto duro. Fatemi gli auguri!

Ragazzo: «Compriamo tortellini, li facciamo con la panna e il prosciutto!»
Ragazza: «Mmmmh, sì, i tortellini sono meravigliosi!»

Olive e arcani

Altri cinque mesi, quanto silenzio! Penso spesso che dovrei ricominciare a scrivere, ma è come se aver trovato il ragazzo mi avesse ammutolito. Sono commosso del fatto che ancora ricevo commenti e visite, forse da ora mi imporrò di nuovo di pubblicare almeno un post al mese. Scrivo per raccontare una cosa curiosa che mi è recentemente capitata, un fatto che mi ricorda un po’ la mia esperienza con olive. Le detestavo e le odiavo, poi, d’improvviso e senza alcuna apparente ragione, la mia mente gustativa ha deciso che era arrivato il momento di trovarle deliziose. E così è stato da allora. Chi mi conosce sa che sono ateo e razionalista, in un precedente post mi sono scagliato contro l’astrologia. Ebbene, un giorno ho deciso che volevo studiare i tarocchi. Difficile capire il perché, se credessi a questo genere di cose direi che è stato il destino. Il mazzo dei tarocchi per me era solo lo strumento per fare un gioco noioso simile a tressette, impregnato di ciarlataneria medioevale. Poi, d’improvviso, li ho guardati con altri occhi, li ho studiati a lungo, li ho letti e mi hanno dato un’occasione mai capitata prima per una riflessione filosofica estremamente profonda, che coinvolge le religioni, la ragione, la condizione e la natura umana, l’incoscio e molto altro. Le figure in un gioco di tarocchi sono piene di significati profondi, se glieli si vuol dare, ma non richiedono quella odiosa usurpazione dello spazio razionale che si chiama fede. San Giovanni dice «Il Verbo era Dio», cioè la religione vuole essere reale e razionale, oltre che spirituale, per questo si esprime per iscritto e per questo io non la posso accettare. I tarocchi riguardano solo la spiritualità umana istintiva e ineliminabile, cioè la stessa sfera a cui appartengono l’amore e l’arte. Leggerli in modo giusto per me significa abbandonare il Logos in toto, non per a caso le carte sono pura immagine e simbolo, come i nostri sogni e non a caso alcune religioni, come l’islam, aboliscono completamente le immagini. So che non mi spiego, è bello, complicato ed “elegante”, per dirla con un termine tanto scientifico. Sono felice.

Infine, la mia storia

Un po’ di silenzio e riflessione. I miei pensieri li ho, ma c’è una persona ora con me, preferisco condividerli con lui. O non condividerli affatto. Quanto segue l’ho scritto quasi due anni fa, ormai penso che i tempi siano maturi per pubblicarlo. È la storia di un ragazzo insicuro che s’innamora. Non ha un lieto fine, ma quello ancora non l’ho scritto.

Me lo chiedono di raccontare la mia storia, spesso e volentieri. La mia vita è comincitata a diciassette anni. Prima non avevo interessi, non avevo amici, non avevo forza d’animo, in sostanza sopravvivevo. Stento a riconoscermi in quello che c’era prima. Storie d’amore, nessuna compiuta, sono rimasto sempre solo, per molti degli anni che dovrebbero essere i più belli. Non che non desiderassi un rapporto stretto, ma mi ero coltivato arido e sarcastico, con una gran paura di provare emozioni. Ho dovuto aspettare fino ad un’età che direi ridicola per avere la mia prima esperienza. Una ragazza decisamente carina, insicura, fragile, senza la minima fiducia in se stessa. Non le piacevo neanche. Spinti dalla curiosità, dal bisogno, dalla paura del tic-tac dell’orologio, ci siamo fatti coraggio. Ci siamo messi insieme, lei si è innamorata perdutamente di me. Mi fa malissimo dire che non è stata mai ricambiata in pieno. I primi contatti sono stati tutti con lei. Più di un anno e mezzo è durata. Alla fine ero esausto, lei, così sempre triste e insicura, ormai viveva della mia energia e io mi sentivo prosciugare. Oltre a questo, dentro di me capivo sempre di più che era altro quello che volevo, diventava sempre più limpido che avrei amato fino in fondo solo un ragazzo come me. Quando ho deciso di chiudere, ho sentito un meraviglioso senso di libertà e giovinezza, una boccata di ossigeno, come si dice. Per lei non è stato così, per lei è stato orrendo, ma non parlerò di questo. In quel periodo avevo deciso di comprare un anello. Avevo paura che mi desse troppo fastidio, così ne avevo messo uno vecchio di mia mamma. Un anello di alluminio di nessun valore, probabilmente comprato in qualche mercatino, misura 19 credo, troppo stretto. Metterlo si riusciva, ma toglierlo con le mani era impossibile; l’unico modo di levarlo era infilare il dito in bocca e tirare pian piano, coi denti. Da romanitco che sono, per gioco, mi sono detto che non l’avrei più tolto da solo, come una sorta di “anello di sfidanzamento”. Ho avuto la fortuna, girando per internet, di capitare su un blog (http://progettogay.myblog.it/) dove ho conosciuto persone stupende, alcune delle quali le considero dei veri amici. In particolare con uno di questi (ha un bel nome che inizia per vocale, come piace a me) s’è instaurato un rapporto splendido. A dir la verità, il ragazzo è di quelle persone che farebbero innamorare chiunque e non so se mi trattasse davvero con riguardo particolare -diceva di sì-, ma tant’è, per me era proprio speciale. Credo di essermene innamorato da subito, ma dato che abita a molte ore di treno da me, non avevo mai pensato che potesse accadere qualcosa tra noi. Di fatto lo adoravo, pur non avendolo mai visto se non in qualche vecchia foto né mai parlato di persona. Quando mi ha raccontato di essersi innamorato di un ragazzo ero felice per lui ma, ora so perché, era una cosa che mi disturbava. Questa storia all’inizio sembrava destinata ad essere importantissima per lui, ma ben presto si era capito che da parte del suo adorato non c’era una vera risposta. Lui ne soffriva tremendamente ed io mi sentivo in dovere di aiutarlo, non doveva una persona del genere piangere, per nessun motivo. Mentre le cose tra i due rimanevano in forse, si era deciso di organizzare un incontro tra noi amici del blog, nella mia città. Noi due eravamo molto legati e abitavamo lontano, per cui pensavo che sarebbe stato carino invitarlo a passare da me anche il giorno prima, in modo da riposare la notte ed evitargli dieci ore di treno in un giorno. Quando l’ho visto davanti alla stazione ci siamo abbracciati. Non avrei ammesso allora che ne ero innamorato, ma il cuore sembrava impazzito. Era carino, niente di speciale, ma decisamente meglio di come me l’aspettassi. Abbiamo passato una giornata bellissima, qualche volta girando per la città mi ha preso per mano “per vedere se diamo scandalo”, mi sentivo collassare. Arrivati al mio appartamento ci siamo sdraiati sul letto. Direi che è l’unico posto dove due che sono stanchi dopo il viaggio in treno e ore di camminata possono riposare comodi, lì dove abito. Forse però c’era già un po’ di malizia. Si è ricordato che gli avevo parlato del mio anello, mi aveva già detto che me lo voleva togliere lui, ma pensavo che fosse uno scherzo, figuriamoci. Invece sembrava proprio convinto, dopo un paio di tentativi con le mani, inutili ovviamente «E va bene: facciamolo!». Ero disteso supino, si reggeva su un braccio poggiato alla mia sinistra. L’anello lo portavo al medio destro e lui stesso era disteso alla mia destra così che praticamente si era messo sopra di me. Ha infilato il dito in bocca. Tentava di non farmi sentire la sua lingua, di rendere l’operazione veloce e sterile, ma a me è sembrato un tempo lunghissimo, di certo la cosa più sensuale che qualcuno avesse mai fatto con me fino ad allora. In quel momento ho capito che avrei pagato qualsiasi prezzo per averlo per me. È finita lì, con lui che rideva ed io, sconvolto, che facevo finta di giocare un po’ col fuoco con un caro amico. La sera abbiamo preparato una cena abbondantissima, con molto vino rosso. Un aperitivo tipico al bar. Liquore. Avevamo comprato troppo alcool, ma l’avevamo fatto apposta, anche se nessuno l’aveva detto sapevamo tutti e due che ci sarebbe servito per trovare la spensieratezza che serviva per quello che volevamo entrambi. Verso le undici siamo andati a sdraiarci sul letto esattamente come avevamo fatto il pomeriggio. Prolungavamo ogni piccolo contatto dei nostri corpi, il minimo movimento diventava prima uno strusciamento, poi una carezza. Le braccia, le mani, poi il torace. Poi le guance, poi le labbra. Ci siamo baciati. Mi sento ridicolo a dirlo, ma è stato un brivido di quelli che ti restano per sempre, come se fosse di nuovo il mio primo bacio. Ho aperto gli occhi, ci siamo guardati fissi e sorridendogli gli ho sibilato «Finocchio!». Poi le gambe, ormai eravamo avvinghiati, le mani salivano dietro la maglietta, iniziavamo ad ansimare. Era come avere tra le braccia la cosa più bella nell’universo, quasi non ci credevo, lui era lì, era vero, mi guardava, mi baciava, voleva me, me nient’altro, in quel momento. Non scrivo un racconto erotico, il seguito lo lascio all’immaginazione, ma ricordo distintamente che ogni centimetro che si scopriva mi sembrava di una bellezza inarrivabile, perfetto e ridevo perché sapevo bene che era così solo ai miei occhi. Era la prima volta con un ragazzo per entrambi e nessuno ha mai aperto bocca per fare una richiesta, nessuno ha mai esitato un attimo, tutto è venuto da sé con una naturalità totale, animalesca, per me era l’intesa perfetta. Quello che ciascuno voleva era quello che l’altro voleva. Siamo rimasti svegli fino alle tre, direi che la mattina successiva è stata come Natale per i bimbi, non vedevo l’ora di svegliarmi e vederlo. Gli avevo prestato una polo bianca; non lo sapevo, ma sarebbe rimasta la cosa più simile al suo abbraccio a rimanermi. Si è ripetuto qualcosa di molto simile alla sera prima, ma con immediatezza, come se fosse ovvio. L’alcool non c’entrava stavolta. Poi mi ha confessato di sentirsi molto confuso, che gli piacevo un pochino, ma che era innamorato perso dell’altro ragazzo. Per me andava bene, lo sapevo, avrei voluto che non fosse così e credo lui lo sapesse, ma ero pronto a farmi da parte. Arrivati gli amici abbiamo deciso di non raccontare nulla e abbiamo passato una giornata divertente. Ricordo che poco prima di lasciarci, gli altri ragazzi ci hanno lasciato per caso, un attimo, da soli nella stessa stanza. In quel momento il mio cuore mi diceva che lo dovevo baciare, che gli dovevo dire che lo amavo, perché io lo amavo, come mai nessuno prima! Cosa mi abbia trattenuto non lo so, forse il rispetto, forse la paura, ma penso di aver sfoggiato lo sguardo più dolce e più triste che si possa immaginare, so per certo che se l’è ricordato.